Il mese non è stato caratterizzato dalle oscillazioni amplificate dalla bassa liquidità a cui abbiamo assistito nelle estati degli ultimi anni, ma anche quest’estate sono emersi potenziali fattori di tensione, non adeguatamente rappresentati dalle variazioni mensili dei prezzi delle diverse asset class, che potrebbero condizionare l’andamento dei mercati finanziari nell’ultima parte dell’anno.
Lo scenario economico è positivo, con gli indicatori di andamento dell’economia nel settore privato, che considerano manifattura e servizi, sui massimi dell’anno in Europa e degli ultimi quattro anni negli USA, e con risultati aziendali che stanno confermando una crescita significativa degli utili nella maggior parte dei settori e delle aree geografiche: le revisioni al rialzo sono sui massimi degli ultimi tre anni per il mercato americano, e sui massimi dai tempi del Covid per Europa e Giappone. Le azioni globali hanno guadagnato il 2,7%, guidate dalla tecnologia (+6% l’indice tecnologico globale) e con la sovraperformance dei mercati emergenti e del Giappone.
Le obbligazioni, nonostante curve tendenzialmente più piatte e risultati mensili solo leggermente negativi, stanno attirando una attenzione crescente da autorità e investitori. Il debito pubblico è in aumento ovunque, in un contesto caratterizzato da tassi di interesse, inflazione e deficit di bilancio in aumento. Quello degli USA ha superato i 40 trilioni di dollari e si stima che raggiunga i 50 entro il 2029; il costo degli interessi (1,4 trilioni negli ultimi 12 mesi) continua a salire e drenare risorse altrimenti utilizzabili per altre voci del bilancio; gli investimenti nell’intelligenza artificiale vengono finanziati con emissioni obbligazionarie che competono con le esigenze di finanziamento pubblico; e la liquidità sui mercati finanziari è in diminuzione perché trova, nell’economia reale, una domanda che mancava da anni. In questo contesto va inquadrato l’aumento dei rendimenti obbligazionari che ha caratterizzato la prima metà del mese nella parte lunga delle curve, con i tassi che, negli USA, hanno raggiunto livelli di prima della crisi finanziaria, in Europa quelli degli anni della crisi dell’euro, e in Giappone quelli della fine degli anni ’90. E va inquadrato il crescente interventismo nei mercati finanziari delle autorità statunitensi, con il segretario al tesoro che ha annunciato misure a sostegno delle obbligazioni a lunga scadenza ed ha affiancato le autorità giapponesi nel sostegno dello yen, tra l’altro vendendo euro a insaputa della BCE, per evitare che vendessero titoli USA per incassare i dollari necessari per l’acquisto di yen.
Le tensioni sui mercati obbligazionari, e soprattutto le modalità controverse con cui sono state gestite, hanno tendenzialmente indebolito il dollaro sui principali cross valutari, ed hanno riportato l’interesse sul “debasement trade” che aveva supportato le materie prime preziose e industriali alla fine del 2025: l’oro si è apprezzato del 9,7% e l’argento del 15,6%, i metalli industriali del 3,3% e l’aggregato delle materie prime del 6,1%. I prezzi delle materie prime agricole sono aumentati significativamente, a causa della chiusura dello stretto di Hormuz e degli effetti sempre più evidenti del Niño.
Abbiamo progressivamente aumentato il profilo di rischio nelle azioni (+13,6%) con acquisti di azioni globali (+6,4%), giapponesi (+8,8%) ed emergenti (+5,1%) a fronte di vendite in USA (-1,9%) ed Europa (-4,1%). A livello settoriale abbiamo aumentato l’esposizione a Information Technology (+7,2%), materiali (+5,5%) e comunicazioni (+5%), riducendo il peso di finanziari (-3,8%), Consumer Staples (-5%) ed Utilities (-5,3%). Abbiamo marginalmente incrementato il peso delle obbligazioni governative (+2%) con un aumento della duration da 2,9 a 4 anni. Nelle materie prime abbiamo acquistato metalli preziosi (+10%) azzerando l’investimento nel debito tedesco a breve termine. Nelle divise abbiamo ridotto la diversificazione valutaria rispetto all’euro in particolare con vendite di dollari USA (-28%).
