Il mese è stato caratterizzato da una fase di assestamento dopo i movimenti dell’ultima parte del 2023, che aveva visto rialzi significativi per azioni e obbligazioni e l’indebolimento del dollaro sui principali cross, anche grazie ad un aumento della propensione al rischio innescato dalle aspettative di un cambio di atteggiamento delle banche centrali che, confortate dalla riduzione del tasso di inflazione, potrebbero avviare nel 2024 un nuovo ciclo di politica monetaria espansiva. Probabilmente in quella fase si sono creati alcuni eccessi, in particolare nella parte lunga delle curve dei rendimenti e in alcune aree dei mercati azionari, che hanno iniziato a rientrare nelle prime settimane del nuovo anno, anche a causa di dati sull’inflazione di dicembre in aumento oltre le attese, ed in crescita rispetto ai mesi precedenti. Ad aumentare la tensione, sempre sul fronte inflattivo, ha contribuito l’aumento della tensione in Medio Oriente, in particolare nel Mar Rosso, che ha portato ad una drastica riduzione dei transiti navali attraverso il canale di Suez: i tempi di percorrenza tra Asia ed Europa si allungano di circa due settimane, con una serie di conseguenze in termini di prezzi dei noli, costi di trasporto delle merci e rischi sulla sostenibilità della “global supply chain” che, se durature, rischiano di impattare negativamente sulle aspettative di inflazione e di crescita economica, sulle politiche monetarie e, di conseguenza, anche sui mercati finanziari. E, come abbiamo visto nel 2023 nelle diverse fasi di tensione dei mercati, anche in gennaio i giganti della tecnologia americana, poco condizionati dalle dinamiche inflattive e dal ciclo economico, hanno sovraperformato il resto degli indici azionari; e il dollaro si è rafforzato sui cross principali. Gli indici azionari hanno chiuso il mese con performance tendenzialmente positive.
Ad oggi le tensioni inflattive, e le loro conseguenze sulle curve dei rendimenti, non sono tali da destare preoccupazioni particolari: l’economia globale è in grado di assorbire le tensioni sul fronte commerciale meglio che nel 2022 e 2023. Lo scenario di base per economia e mercati potrebbe restare la prosecuzione del processo deflattivo verso il 2% nella maggior parte delle economie sviluppate, con le conseguenze attese dagli investitori sui tassi di interesse. Ma le tensioni di gennaio sono la prova di quanto rapidamente possa cambiare il quadro di mercato.
In questo scenario abbiamo ridotto il profilo di rischio del portafoglio nella parte iniziale del mese e lo abbiamo incrementato nella seconda metà, lavorando prevalentemente sulla componente azionaria.
Nel mese abbiamo aumentato l’esposizione alle obbligazioni (+25%) con acquisto di obbligazioni governative, portando la duration della componente obbligazionaria da -0,4 a 1,4 anni. Abbiamo ridotto l’esposizione alle azioni (-7%) riducendo l’esposizione alle azioni globali (-20%) e all’Australia (-3%) ed incrementando nord America (+10%), Europa (+5%) e Giappone (+1%). A livello settoriale abbiamo ridotto il peso dei finanziari (-2%) ed incrementato consumer staples, information technology e industriali (+1% ognuno) ed health care (+2,5%). Nelle materie prime abbiamo marginalmente ridotto l’esposizione all’oro (-1%) ed introdotto una nuova posizione nell’uranio (+1%). Nelle divise abbiamo aumentato la diversificazione valutaria rispetto all’euro (-13,5%) in particolare con acquisti di dollari (+7,5%), franchi svizzeri (+4,5%) e sterline (+3,5%).