Sono proseguite le dinamiche che hanno caratterizzato la parte finale del 2025 e l’inizio del 2026, con la rotazione geografica e settoriale che ha continuato a sostenere la sovraperformance di Europa, Giappone e Mercati emergenti rispetto agli USA, e con una serie di vendite che hanno preso di mira, soprattutto negli USA, settori potenzialmente danneggiati dallo sviluppo dell’intelligenza artificiale: software, media, società di consulenza, di logistica, immobiliari e parti del settore finanziario.
Stiamo assistendo a un cambiamento di approccio nella valutazione delle aziende. Negli ultimi 20 anni si è diffusa la convinzione, confermata dalle performance, che le aziende “asset light” (ovvero dotate di pochi asset “fisici”) siano destinate a sovraperformare quelle “asset heavy” (ovvero dotate di molti asset fisici), perché capaci di crescere esponenzialmente con costi marginali minimi (impiegando solo server, software e algoritmi, e non macchinari, impianti e forza lavoro). Negli ultimi mesi, però, appare evidente come la crescita perseguita dalle aziende tecnologiche sia sempre più dipendente dall’utilizzo di asset “fisici”, come data center e forniture di energia. E che i loro investimenti le stiano trasformando in società con bilanci sempre più pesanti in termini di asset fisici e debiti, con conti economici in cui aumentano le voci “ammortamenti” e “interessi” e si riducono i tassi di crescita degli utili, e che stia diminuendo la loro capacità di generare cassa da utilizzare per buy back e dividendi.
Non è un caso che proprio in febbraio un commentatore finanziario abbia coniato il termine “HALO Stocks” per definire aziende dotate di “Heavy Assets con Low Obsolescence”: asset pesanti e bassa obsolescenza. Aziende dotate di beni fisici come impianti, infrastrutture o risorse naturali, che l’AI non può sostituire facilmente e che, anzi, possono beneficiarne per una maggiore efficienza.
Un flusso crescente di capitali si è diretto verso questo tipo di aziende, abbandonando quelle “Light Assets High Obsolescence”. Nei primi due mesi dell’anno oltre 70 miliardi di dollari sono stati spostati verso l’Europa da investitori istituzionali azionari globali in cerca di diversificazione rispetto alla concentrazione degli indici USA. L’indice europeo è composto per il 40% da HALO Stocks (contro il 18% dell’S&P500), presenta una composizione settoriale meno esposta a tecnologia e servizi, e tratta a sconto rispetto a quelli statunitensi anche ex-Magnifiche 7. E miliardi di dollari stanno tornando verso i mercati emergenti, che, oltre ad essere ricchi di HALO Stocks, sono anche fornitori di chi investe in Intelligenza Artificiale (semiconduttori, server, energia per i datacenter). In questo scenario è emblematico che, negli ultimi 7 mesi, Nvidia abbia realizzato una performance sostanzialmente invariata nonostante l’aumento del 37% delle stime di utile, e che nello stesso periodo l’indice europeo si sia apprezzato di oltre il 20% e quelli emergenti del 30%.
Nel mese abbiamo aumentato l’esposizione alle azioni (+27%) prevalentemente con acquisti in Europa (+21%), nell’indice EAFE (Europa, Australasia ed Estremo oriente) (+13%) e Giappone (+11%), e con vendite negli USA (-9%) e nei mercati emergenti (-8%). A livello settoriale abbiamo aumentato il peso di consumer staples (+10%), materiali, energetici e real estate (+6% ognuno) riducendo finanziari (-2.5%) e information technology (-5,5%).
Nelle obbligazioni abbiamo ridotto l’esposizione ai governativi Investment Grade (-15%) riducendo la duration da 4,7 a 2,2 anni. Abbiamo ridotto il peso delle materie prime (-8,5%) con vendite di metalli industriali (-4,5%) e preziosi (3,5%). Nelle divise abbiamo risotto l’esposizione al dollaro (-35%) con acquisti prevalentemente di euro (+14%) e franchi svizzeri (+13%).
Il nostro portafoglio ha ampiamente beneficiato dalla rotazione degli ultimi 4 mesi ed è stato penalizzato dai movimenti dei primi giorni di marzo: abbiamo ridotto il profilo di rischio ma, per il momento, non modifichiamo la sua impostazione di fondo.
